“Non tutte le idee arrivano da fuori.
Alcune nascono da dentro.”

C’è una stanza in Martex dove i mobili non esistono ancora.
Ci sono schizzi attaccati al muro, corretti, cancellati, ridisegnati.


C’è un prototipo tagliato in due per capire cosa succede dentro un giunto.
C’è qualcuno che passa la mano su una superficie per la centesima volta, cercando quell’imperfezione
che nessun rendering avrebbe mai mostrato.

Lo chiamiamo Martex Lab. Non perché suoni bene, ma perché è esattamente quello che succede lì dentro:
si cerca, si sbaglia, si ricomincia. Fino a quando un’idea smette di essere un tentativo e diventa un arredo.

Ogni oggetto Martex Lab nasce da una domanda, ma non è una domanda che ci facciamo da soli, chiusi in una stanza.
È una domanda che arriva dal mercato, da chi vive gli spazi di lavoro ogni giorno e ci mostra cosa manca ancora.

“Cosa serve davvero a chi lavora in questo spazio?”
“Che materiale racconta meglio questa funzione, e quanto durerà nel tempo?”
“Come si flette un progetto per adattarsi a un bisogno che cambia?”

Sono le domande che guidano la ricerca continua, di materiali nuovi, di soluzioni non ancora provate,
ma sempre ancorata a quattro punti fermi che non negoziamo mai: sostenibilità, flessibilità, estetica, funzione.

Non porta la firma di un designer esterno perché, questa volta, il progetto lo abbiamo portato fino in fondo noi:
la visione di chi Martex la vive ogni giorno, la conoscenza tecnica di chi costruisce,
l’ostinazione di chi non si accontenta finché tutti e quattro questi equilibri non tornano insieme.
È un modo di lavorare che affianca, non sostituisce, quello che facciamo insieme ai designer
con cui collaboriamo da sempre: un’altra voce dentro lo stesso coro.

In Martex Lab è così che le nostre idee imparano a stare in piedi da sole: nate da una domanda vera,
cresciute nella ricerca, tenute insieme da ciò in cui crediamo.

Un materiale nuovo non entra in Martex Lab dalla porta principale.

Prima arriva da altrove, da settori che con l’arredo per ufficio non c’entrano niente: automotive, nautica, edilizia, sport.
Qualcuno lo nota, lo porta in laboratorio, e da lì inizia la parte più lenta e meno raccontata del nostro lavoro.

Si testa. Si stressa. Si lascia invecchiare in fretta per capire come invecchierà davvero.
Si chiede a quel materiale di sopportare quello che un ufficio gli chiederà per anni: peso, attrito, luce, umidità,
mani che lo toccano cento volte al giorno. Si osserva cosa succede dopo un mese, dopo un anno,
dopo il punto in cui un materiale normalmente comincia a cedere.

Molti non superano questa fase. Restano un tentativo, un campione in uno scaffale, un’idea che non era ancora pronta.
E va bene così: è il tempo che ci prendiamo per non promettere a chi lavora su un nostro arredo qualcosa che non manterremo.

Perché la ricerca, quella vera, non ha una scadenza. Ha solo una domanda che resta aperta finché la risposta non è definitiva.